Conversazioni 2

Mi scuso per la prolungata assenza e riprendo la pubblicazione della conversazione con Dario Coriale dal punto in cui era stata interrotta qualche settimana fa. Il tema in sospeso era quello dell’affido condiviso.

 

Quindi, nel momento in cui il giudice prescrive, i genitori sono costretti ad andare almeno ad un incontro scegliendo poi di non presentarsi agli altri?

Allora, qui introduciamo un’altra area problematica che deve essere però indagata in modo più approfondito. Si tratta del vuoto legislativo che ormai ha creato una vera e propria zona franca che permette di fare un po’ quello che si vuole. Sostanzialmente tutto dipende un po’ dalla conoscenza che i tribunali hanno del servizio, dalla sensibilità dei giudici, e da tutta un’altra serie di variabili che proveremo ad individuare. Per cui ci troviamo con dei genitori accompagnati da un decreto del giudice che li obbliga a rivolgersi ad un servizio di mediazione e obbliga anche il mediatore a fornirgli poi una relazione sugli incontri. Così salta la volontarietà, salta la riservatezza, salta in pratica l’essenza stessa del servizio.

Ma pare che da questo punto di vista si sia sulla buona strada, perché c’è in Parlamento una proposta di legge (che si aggancia direttamente alla legge 54 del 2006 che ha integrato l’articolo 155 del codice civile) che io non amo particolarmente ma che almeno fa un po’ di luce sulla volontarietà dell’accesso, nel senso che prevede l’obbligatorietà del passaggio al servizio di mediazione familiare e non del percorso di mediazione nella sua interezza. Cioè, il genitore deve dimostrare che è passato dal mediatore, poi, che abbia continuato o meno i colloqui non è obbligatorio dimostrarlo.

 

In che senso si tratta di una proposta di legge che non ami molto? Perché continua a permettere al giudice di obbligare il “passaggio” dal servizio di mediazione familiare o per altre ragioni?

In parte per questo motivo, perché se potessi scegliere io farei in modo che la volontarietà dell’accesso al servizio fosse rispettata in toto. Ma questo, nel quadro complessivo di quella proposta di legge già assegnata alla Commissione Giustizia della Camera, è il male minore.

 

Se quello è il male minore si suppone che ci sia un male maggiore. Complessivamente, questa proposta di legge andrebbe a migliorare quello che già c’è, oppure andrebbe a peggiorarlo?

Si va a migliorare, anche se di poco, l’interpretazione della mediazione intesa come strumento utile alla gestione e al superamento del conflitto, ma questa proposta è peggiorativa e ulteriormente penalizzante relativamente alla condizione dei figli. Ma qui mi tocca parlare della 54, della quale ci sono una serie di cose che non mi convincono e che proviamo ad accennare.

Intanto non mi convince il fatto che la Commissione parlamentare incaricata di occuparsene è la Commissione Giustizia della Camera e non la Commissione Affari Sociali, dal momento che si tratta di politiche familiari e di interventi sulle relazioni umane. Poi, la Commissione Giustizia avrebbe potuto essere interpellata per un parere tecnico (questo accadde già nella 54).

La legge 54 interviene per introdurre il cosiddetto “Affido condiviso”, quindi, nell’idea di chi l’ha proposta e di chi ha meritoriamente lottato per modificare lo status quo ci sarebbe dovuto essere l’obiettivo di migliorare il benessere dei figli coinvolti nella separazione, garantendo libero accesso ad entrambe le figure genitoriali e non solo…

La norma precedente, in particolare l’articolo 155 del codice civile, prevedeva che, in caso di separazione, il giudice si pronunciasse sull’opportunità dell’affidamento dei figli all’uno o all’altro genitore, valutando in alternativa anche la possibilità di un “affido congiunto”. C’era anche la possibilità di affidamento a terzi, nel caso di disgrazie o di inadeguatezza di entrambi i genitori. La legge 54 (meglio nota come legge sull’affido condiviso) introduce una grossa novità: in caso di separazione dei genitori, i figli hanno diritto a mantenere rapporti equilibrati con entrambi i genitori e con le figure parentali di maggior rilievo.

 

Detta così sembra una buona cosa.Vorrei premettere che le mie considerazioni derivano dall’aver incontrato molti genitori che, attratti da questa sorta di specchietto per le allodole, hanno barattato il principio sacrosanto e irrinunciabile ad una bi-genitorialità intesa come diritto dei figli con un malsano e agognato provvedimento risarcitorio a favore degli adulti. Ciò detto non vorrei essere frainteso e, soprattutto, non generalizzare: la stragrande maggioranza dei genitori con cui ho lavorato e continuo a lavorare sono madri e padri “sufficientemente buoni”, per dirla con Winnicott; madri e padri capaci e meritevoli di ottenere l’affido condiviso dei figli, così come quelli ai quali in precedenza veniva concesso l’affido congiunto.

 

Provo a interpretare. Tendenzialmente, prima della legge 54, in oltre l’80% dei casi, i figli erano affidati alle madri. Nel restante 20% circa i figli venivano affidati ai padri, o a terzi, oppure si optava per l’affido congiunto. E’ così?

L’affido congiunto è diverso da quello condiviso in modo particolare per un aspetto: prima della legge 54 il giudice aveva comunque la facoltà di decidere se fosse meglio il congiunto o l’esclusivo, e il giudice decideva sulla base delle sue convinzioni, della conoscenza della situazione familiare ecc. (conoscenza quasi sempre scarsa o nulla a dire la verità). E la tendenza era: io giudice concedo l’affidamento congiunto soltanto se il rapporto tra i due genitori è sufficientemente buono da consentire la prosecuzione di un dialogo. Se il rapporto non è improntato alla collaborazione ed alla reciproca stima, almeno dal punto di vista genitoriale, è meglio che il figlio venga affidato ad uno dei genitori (quasi sempre la mamma, come dicevo); l’importante è che il bambino non rimanga bloccato in una situazione di veti e controveti. La legge 54 supera questo problema perché non dà al giudice la facoltà di decidere e dispone da subito l’affido condiviso, a meno che non ci siano dei pericoli per la vita dei figli, pericoli che però devono essere dimostrati da chi li denuncia.

 

A livello della quotidianità in cosa consiste l’affido congiunto? Cioè, il figlio dove dormiva? Dove mangiava?

Rispondo a questa domanda partendo dall’affido esclusivo, che prevedeva (e prevede tuttora quando viene applicato, visto che non è stato cancellato dalla legge 54) che il figlio restasse esclusivamente con un genitore che aveva a sua volta la responsabilità e l’esercizio della potestà genitoriale, ragione per cui, tutte le scelte relative al figlio sono assunte dal genitore affidatario, salvo quelle ritenute di vitale importanza (per esempio scelte scolastiche, sanitarie).

In caso di disaccordo tra i genitori decideva il giudice.

 

Ma ci sono differenze sostanziali tra il congiunto e il condiviso, o è solo una questione terminologica?

Non è affatto una mera questione di termini, ma la differenza è sostanziale, perchè la facoltà che il giudice aveva di decidere se stabilire l’affido congiunto o quello esclusivo e che sussisteva prima dell’avvento della legge 54, dopo l’entrata in vigore di questa legge viene meno. In pratica, il giudice viene pressoché privato della sua discrezionalità.

 

Ma aldilà di questo, che è un cambiamento radicale, dal momento che quello che prima per il giudice era una possibilità (cioè affidare il figlio ad entrambi i genitori) ora è un obbligo al quale sottrarsi solo in presenza di particolari condizioni di disagio sociale per i figli, mi chiedevo se le cose fossero cambiate anche dal punto di vista pratico, cioè dal punto di vista della “gestione” dei figli.

Il congiunto, quando veniva concesso, presupponeva che il giudice valutasse in prima persona che esistessero quelle condizioni di dialogo. Il bambino, in ogni caso, restava prevalentemente con un uno dei due genitori (anche in questo caso quasi sempre la mamma), ma l’altro genitore era fortemente coinvolto in tutte le scelte in cui era possibile coinvolgerlo (per esempio nella vita scolastica del figlio: compiti, colloqui). Si parla quindi di un rapporto di massima continuità rispetto al precedente, ovviamente nei limiti di quanto segue ad un processo di separazione tra due persone, in modo che il bambino potesse vivere il più possibile nelle stesse condizioni in cui viveva precedentemente alla separazione. Questa continuità doveva essere garantita dal buon rapporto tra i due genitori che veniva valutato dal giudice in sede processuale.

Qui introduco un altro concetto che riprenderemo poi in seguito. Nel nostro Paese, era in atto (e continua ad esserlo nonostante la legge 54, nella speranza che essa non spezzi questa continuità) un cambiamento culturale importante che negli altri Paesi è in corso già da diversi anni. Questo cambiamento culturale ha fatto sì che nel quinquennio 2000-2005 l’affido congiunto sia salito fino al 15%. Ne consegue che la percentuale dell’affido esclusivo è calata progressivamente nello stesso periodo. La mia idea è quindi che non fosse necessario introdurre così forzatamente questo principio per legge affinché le cose cambiassero all’improvviso. Infatti, i numeri ora dicono che la percentuale dei figli affidati ad entrambi i genitori è nettamente aumentata, perché è la legge che praticamente lo impone, ma a questa crescita non corrisponde di certo una progressiva diminuzione della conflittualità tra i genitori. Anzi, il rischio è che stia succedendo esattamente il contrario, ma su questo punto ci voglio ritornare.

Oltre a negare la discrezionalità del giudice, l’affido condiviso, qualora il rapporto genitoriale continui ad essere altamente conflittuale, rischia di innescare anche una serie di meccanismi altamente pericolosi e distruttivi per i figli.

 

Si tratta in pratica di una sorta di meccanismi di ritorsione che i genitori possono rivolgersi contro a vicenda.

Esatto, sono delle vere e proprie armi che i genitori rivolgono l’uno contro l’altro, entrambi “forti” della quota di proprietà del 50%; o perlomeno questa è la mia percezione.

 

Cioè si tratta di una sorta di rivalsa contro le ingiustizie subite in passato.

Aggiungerei “…ingiustizie percepite e vissute come tali”. E questo secondo me è uno spirito che nella legge 54 è molto presente. La pervade praticamente tutta, a parte il famoso principio ispiratore. Per esempio la legge 54 prevede che, in caso di separazione, la casa coniugale sia assegnata abitualmente convivente col figlio (quindi, nella maggioranze dei casi, la mamma); però, se la mamma inizia un nuovo rapporto more uxorio perde il diritto a quella casa (se l’altro genitore ne fa richiesta). Un’altra arma potenziale è data dal fatto che il genitore non abitualmente convivente (quindi il padre) concorre al mantenimento del figlio in forma diretta. Ciò significa che il padre non dà più un tot al mese alla mamma che provvede alle spese del figlio come è sempre stato, ma può decidere di mantenerlo direttamente nei giorni in cui l’affido spetta a lui.

 

Ma in linea di principio questo provvedimento non sarebbe più giusto rispetto a quello che prevedeva il sostentamento del figlio tramite il “filtro” del genitore abitualmente convivente?

Certo, in linea di principio non fa una piega. Nella pratica, però, c’è il rischio che questo principio sacrosanto sia utilizzato in maniera deleteria per il figlio (ed è quello che mi pare stia accadendo da un po’ di tempo a questa parte).

 

Cioè?

Tutto dipende da quanto i genitori continuano ad andare d’accordo dopo la separazione. Se noi parliamo di una situazione in cui la conflittualità è assente, il padre non si pone neppure il problema di dove vadano a finire i soldi che devono servire al mantenimento del figlio.

 

Esattamente come era prima dell’avvento della 54, quando l’affido congiunto veniva concesso solo in caso di comprovati buoni rapporti tra i genitori. Invece, adesso mi dici che, essendo i genitori “costretti” ad andare d’accordo, si creano invece i presupposti per quei pericolosi meccanismi di rivalsa di cui si parlava pocanzi.

Esattamente. E’ chiaro che io padre nel momento in cui ho il sospetto, più o meno fondato, che i soldi che verso per mio figlio vengono usati in un’altra maniera mi armo preventivamente e decido di gestire il denaro direttamente. A questo si aggiunga anche il timore forte che il genitore ha sulla scarsa capacità genitoriale dell’altra figura e sulla disinvoltura con la quale quest’ultima sottragga il denaro al figlio per interessi propri personali.

 

Quindi, non dando i soldi alla mamma, ma gestendo le necessità economiche del figlio in modo diretto, è come se il padre suggerisse, più o meno chiaramente, al figlio stesso che la mamma non è capace di gestire quegli alimenti?

Questo è uno dei messaggi che i padri possono lanciare ai figli scegliendo la strada della gestione diretta. L’altra preoccupazione mia e di chi fa questo mestiere è che, molti dei padri che ottengono l’affido condiviso grazie alla 54 pretendono che il figlio rimanga con loro esattamente la metà del tempo (rispetto alla madre, evidentemente) perché questo consente di abbattere le spese. In virtù di questo, se il bambino dorme quindici giorni al mese in casa del padre, quest’ultimo deve alla madre solo l’eventuale compensazione dovuta al fatto di guadagnare di più. Questo rischio, nella gestione dell’affido condiviso, c’è.

 

Ti chiedo: che cosa ci perde il bambino se il papà decide di prenderselo e tenerselo quindici giorni in casa anziché lasciarlo sempre alla mamma e sostenerlo economicamente passando gli alimenti a quest’ultima?

Intanto è necessario fare una distinzione di fondo (…). Il mio discorso non può e non vuole essere ideologico. Io, in oltre vent’anni di anni di lavoro, a prescindere dalla tipologia di affido che veniva applicata e dei termini giuridici, ho visto tanti padri presentarsi agli incontri i mediazione con le aspettative più varie e posso dire di aver visto modificare il modo di intendere la paternità da parte degli stessi padri, e per “modificare” intendo “migliorare”. C’è una certa differenza tra il papà che, in “regime di convivenza”, si alzava di notte per dare il biberon al figlio o per farlo riaddormentare, o che lo accudiva la mattina insieme con la mamma, e quello che invece tutte queste cose le riteneva di esclusiva competenza materna. I padri molto presenti prima della separazione, quando si separano (sia che abbiano “deciso” sia che abbiano “subito” l’evento) sono dei padri molto arrabbiati, giustamente molto arrabbiati e preoccupati, perché sanno che un legame si incrinerà e che andrà in qualche modo riparato.

Si tratta quindi di un cambiamento radicale nella loro vita, e la cosa crea sofferenza. E allora, quella rabbia e quell’aggressività sono molto pericolose, perchè quello che viene messo in gioco e in discussione è l’essenza della loro paternità e del loro legame con il figlio. Ma quello che era un buon padre prima, continuerà ad esserlo anche dopo e, avendo chiaro in che cosa consista il benessere del figlio, sarà capace fare la cosa giusta.

Diverso è il padre che è stato poco presente o, addirittura, “latitante”, come a volte capita durante una convivenza, perchè il compito di allevare un figlio è stato delegato totalmente alla mamma. In questo caso, a mio avviso, possono succedere due cose:

1) Il papà continua questa sua scarsa presenza, ma preoccupato dagli aspetti economici che la situazione gli imporrà, vorrà in ogni caso l’affido condiviso, ma facendo di tutto per pagare il meno possibile. E questi genitori hanno in mano una serie di armi, che sono poi quelle di cui si parlava prima.

2) Il papà a cui si sente dire, pur nella sofferenza, nella rabbia e nel rancore, soprattutto quando cominciano a passare i primi mesi dall’evento separativo: “Cosa mi sono perso! Se io non mi fossi separato non avrei mai potuto apprezzare quanto sto bene con mio figlio e quanto sono orgoglioso di prendermene cura, di portarlo in giro, di fare una passeggiata, di preoccuparmi di lui e del suo quotidiano”.

 

Come una sorta di contropartita.

Esatto: questi padri realizzano che hanno perso qualcosa in quanto maschi adulti e mariti, ma che hanno guadagnato invece come padri.

 

Questi aspetti li noti solo da quando è in vigore la legge 54?

No. Le noto da sempre, da quando ho iniziato questo lavoro, 23 anni fa. E noto, con una creta soddisfazione, soprattutto in virtù del lavoro che faccio, che sono aumentati i papà più presenti e consapevoli.

 

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